Stampa

Amerika, Impero del Male

Luigi De Marchi  - sabato 5 settembre 2009


Qualche settimana fa ho cercato di analizzare le motivazioni della simpatia, anzi dell’amore sviscerato per i dogmatismi politici e religiosi antiliberali e antioccidentali, che hanno caratterizzato tanta parte della cultura europea dall’inizio del ‘900 ai nostri giorni. E avevo paragonato l’odio infantile e parricida che tanti intellettuali del nostro tempo provano per la società liberale che li ha generati al disprezzo nutrito da tanti rampolli viziati e capricciosi dell’odierna classe media per le loro famiglie permissive. Negli ultimi anni, però, questo furore antioccidentale si è focalizzato sempre più ossessivamente ed esclusivamente sugli Stati Uniti e sugli Americani, da scrivere naturalmente col Kappa per meglio assimilarli, anzi equipararli ai nazisti.

Proprio a questo furore antiamericano un recente numero dell’Espresso dedica un ampio servizio intitolato “Il nemico americano” e costellato di sottotitoli ovviamente compiaciuti come ad esempio: “Nel mondo torna a soffiare il vento contro la superpotenza USA nonchè contro una cultura e uno stile di vita”, oppure “Yankee Go Home: lo slogan di ieri torna a risuonare nelle piazze del mondo intero”.
“Oggi l’America – scrive l’organo magno del nostro sinistrese culturale – pur colpita l’11 settembre 2001 da un terrorismo stragista e fanatico, non gode più delle diffuse simpatie del passato…Per chi dubitasse di tale declino, basterà ricordare che l’America, dopo la guerra irakena, non può contare minimamente sui consensi d’un tempo. Mentre dodici anni fa, al tempo della prima guerra contro Saddam, sette paesi islamici si erano schierati a fianco di Washington, oggi l’opinione pubblica dei paesi islamici non può più accettare di vedere i propri leaders schierati a fianco degli USA. La grande maggioranza è furente nei confronti dell’Impero Americano”…
Naturalmente l’Espresso non si domanda se questa radicale svolta antiamericana non sia stata prodotta anche dall’ambiguità, dalla larvata solidarietà o dall’assistenza clandestina (o addirittura esplicita, come nel caso dei palestinesi) dimostrata nei confronti dei terroristi e dei fanatici da molti regimi islamici desiderosi di dirottare contro Israele e l’Occidente le tensioni esplosive delle loro popolazioni esplodenti.. E tanto meno si domanda quanto abbiano ad essa contribuito i radical-chic che affollano i salotti buoni della vecchia Europa e della vecchissima Italia e le redazioni dei giornali sedicenti progressisti come l’Espresso. Del resto, sarebbe chiedere troppo a giornalisti che sull’antiamericanismo vivono di rendita da qualche decennio.
Ma i brani più comici dell’articolo sono quelli in cui il settimanale tenta di dimostrare che l’America è ormai detestata anche nei paesi liberal-democratici. Utilizzando i risultati di un’ampia indagine condotta dal Pew Research Center su 38.000 cittadini di 44 paesi, l’articolo rileva che, ad esempio, in Germania i cittadini filo-americani sono diminuiti di 17 punti e in Italia di 6 punti, rispetto a un paio d’anni fa. La realtà su cui, tuttavia, si preferisce glissare è che una maggioranza cospicua della popolazione dei paesi europei ( il 61% in Germania e il 70% in Italia, nonostante le piazzate antiamericane) continua ad appoggiare l’America.
La strana cronaca demoscopica proposta dall’Espresso mi ha ricordato quella dello scontro vittorioso con un rivale fatta da Woody Allen alla sua ragazza: “Gli ho assetato una labbrata alla scarpa, una nasata sul ginocchio e una palpebrata sul pugno”…


Ho già avuto modo di segnalare alcune ragioni di questo isterismo antiliberale dilagante tra certi giovanottini e certi intellettualetti nostrani: e cioè l’attrazione fatale delle personalità autoritario-gregaristiche per i regimi tirannici. Credo tuttavia che dobbiamo aggiungere, nel caso dell’antiamericanismo, il provincialismo della nostra cultura ed il suo cronico complesso d’inferiorità verso la superpotenza egemone. E’ un complesso d’inferiorità rivelato del resto quotidianamente da questi signori che quando, nelle loro manifestazioni, imprecano contro l’America, lo fanno indossando indumenti e adottando mode di stampo rigorosamente americano (dai jeans alle scarpe da tennis alle T-shirts con scritte universitarie o battute sexy d’oltreocceano), tanto da apparire i gemelli cattivi dell’”Americano de Roma” magistralmente interpretato 40 anni fa da Alberto Sordi.
Tutto ciò sarebbe anche da ridere, se non fosse da piangere. Perché questo isterismo antiamericano sta mettendo in grave pericolo il bene supremo non solo della nostra libertà ma anche di quella delle generazioni avvenire: e precisamente l’unità dell’Occidente liberal-democratico, unica isola di tolleranza e convivenza liberale, dinanzi ad un mondo, quello islamico, dominato da regimi sempre tirannici e spesso sanguinari e sempre più estesamente inquinato dal fanatismo religioso.
Beninteso questa unità non deve di certo comportare un ossequio servile alla politica americana ed alle sue molte scemenze (scemenze d’altronde condivise da vari altri governi): come ad esempio la sistematica tendenza a vedere i regimi tirannici solo come alleati o come nemici, alternando l’appoggio finanziario e politico alle bombe e rinunciando sempre all’alternativa vincente, quella cioè di avviare i loro popoli alla democrazia sia bombardando le loro masse femminili e giovanili con i nostri messaggi di libertà non solo politica ma anche amorosa, sia condizionando ogni aiuto economico e tecnico alla legittimazione di forze liberali sui loro territori. Ma nessuna persona di buon senso dovrebbe comunque arrivare a mettere in discussione la suprema esigenza dell’unità occidentale dinanzi al fanatismo islamico: una minaccia planetaria al cui confronto quella a suo tempo incarnata dal fanatismo nazista (e quotidianamente evocata dalla demagogia nostrana) appare una burletta provinciale.