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Svegliati Obama! E ridimensiona i generali

Luigi De Marchi  -   20090901

Poco dopo aver assunto il comando delle Forze NATO in Afganistan il Gen. Stanley McChrystal ha consegnato un rapporto in cui dichiara: 1) che la situazione della guerra contro i talebani "è grave"; 2) che la guerra peraltro "si può ancora vincere"; 3) che bisogna però, a tal fine, "cambiare radicalmente strategia" e 4) che è indispensabile inviare nuove truppe (32.000 uomini ?) sul teatro della guerra.

Sono tesi quasi identiche a quelle presentate a suo tempo dal celebrato Gen. Paetreus, comandante in capo delle truppe alleate in Irak, è poi approdate alla solita carneficina inconcludente.

Dinanzi a questa monotona e inutile ripetizione di queste grottesche ricette di salvezza mi sembra urgente porre il problema più generale degli strumenti con cui, finora, l'Occidente ha tentato di fermare il terrorismo nel mondo islamico. Vediamoli tutti da vicino, questi strumenti.

In questi anni abbiamo assistito al fallimento delle tre strategie finora applicate dai leaders dell’Occidente liberale per vincere o almeno fermare il terrorismo 1) l’intervento militare; 2) la prevenzione e la repressione con le risorse dell’intelligence; 3) l’introduzione di elezioni democratiche nel mondo islamico - e alla generale invocazione di nuovi strumenti di lotta.
L’intervento militare ha già dimostrato ampiamente, in Irak come in Afganistan, di moltiplicare anziché annientare o decimare le file dei terroristi. Ciò era pienamente prevedibile e, per parte mia, l’avevo previsto già in un’intervista a RaiUno pochi giorni dopo la strage delle Torri Gemelle. Sono forse dotato di facoltà divinatorie ? No, purtroppo. Avevo semplicemente applicato al terrorismo gli strumenti dell’analisi psicopolitica che spiegano chiaramente perché il terrorismo non sia domabile con la minaccia o l’uso della forza militare: infatti il terrorista (e il fanatico in genere) non solo non teme ma desidera ardentemente la morte in battaglia, che considera il viatico più sicuro per l’immortalità e la felicità eterna nel Paradiso dei Martiri, allietata dai voluttuosi abbracci delle 72 vergini.
L’efficacia della deterrenza, del controllo e della rappresaglia militare è quindi sostanzialmente vanificata nei confronti dei terroristi.
Gli avversari dell’intervento militare hanno sempre esaltato la presunta, ben maggiore efficacia dell’arma dell’intelligence, ma gli attentati di Londra, preparati e attuati sotto il naso dei più stimati servizi d’intelligence del mondo intero, ed anche quelli reiterati due giorni dopo e falliti solo per i guasti tecnici degli ordigni, hanno ampiamente dimostrato l’inefficacia dell’intelligence: un’inefficacia determinata anch’essa dalla personalità e dall’ideologia fanatica del terrorista che ha reso indifendibili i suoi bersagli estendoli all’intera popolazione civile.
La terza arma messa in campo dalla classe politica tradizionale dell’Occidente, e cioè la democratizzazione dei paesi islamici attraverso elezioni a suffragio universale da svolgere dopo campagne elettorali pluraliste con leaders e liste contrapposte, è anch’essa clamorosamente fallita per ben tre volte, cioè in Afghanistan, in Irak e in Iran. In Afghanistan, il popolo (comprese le donne ingabbiate nel burka) ha pacificamente e plebiscitariamente eletto al Parlamento e al Governo i vecchi capi-clan e capi-tribù maschilisti, misogini e dogmatici legati a doppio filo col clero fondamentalista. In Irak, il popolo ha democraticamente e plebiscitariamente eletto gli stessi capi-clan maschilisti, misogini e dogmatici legati a doppio filo con gli ayatollà sciiti, a loro volta legati a doppio filo con quelli iraniani, primatisti mondiali dell’assassinio politico e della tortura. In Iran, infine, potendo scegliere tra un leader fanatico ed uno pragmatico, il popolo ha plebiscitariamente eletto il fanatico prediletto dagli ayatollà più fanatici e accusato da molti testimoni d’essere stato egli stesso torturatore e assassino.
Dinanzi a questo triplice clamoroso fiasco, molte voci si sono levate per invocare tanto l’ideazione quanto l’applicazione di nuove e più efficaci armi nella lotta al terrorismo. Ma finora nessuna proposta innovativa è stata avanzata.
Per parte mia, invece, già all’indomani della strage alle Torri Gemelle avevo segnalato l’inutilità degli strumenti convenzionali nella lotta al terrorismo e sostenuto la necessità di bonificare la cultura islamica (e, del resto, ogni altra cultura dogmatica) dai suoi tratti fanatici perché, ovviamente, è nel fanatismo che nasce e prospera la pianta velenosa del terrorismo, ed avevo indicato l’arma vincente nella psicologia politica. Ma quali sono, dunque, gli strumenti operativi che la psicologia politica può mettere in campo ?
Anzitutto, una gigantesca cintura mediatica, cioè una collana di emittenti radiotelesivive che, 24 ore al giorno, offra alle popolazioni slamiche (e ad ogni altra popolazione soggetta a regimi tirannici) le immagini, le musiche ed i messaggi di libertà non solo politica ma femminile, giovanile, amorosa, educativa, culturale e religiosa del mondo libero. Purtroppo i leaders dell’Occidente si sono mostrati sordi ai nostri appelli. Solo Silvio Berlusconi, dopo una serie di miei articoli sull’”Avanti!” di Brunetta e Cicchitto, in un incontro coi giornalisti dichiarò: “Il terrorismo non si può vincere con la forza militare, ma solo con le televisioni e gli altri media”. Ma a quelle parole promettenti non seguì poi nessuna iniziativa concreta.
E invece l’arma vincente dell’Occidente liberale sta proprio nella sua carica di libertà personale e culturale, perché il bisogno di libertà è un’esigenza insopprimibile dell’essere umano, che nessuna tirannia né politica né religiosa è mai riuscita o mai riuscirà a spegnere. Beninteso i programmi di questa cintura mediatica non dovranno essere affidati al capriccio dei soliti intellettualetti e gazzettieri rimpinzati d’ideologia e digiuni di psicologia che riuscirebbero, come già avviene nelle nostre TV nazionali, a dare dell’Occidente un’immagine vuota, fatua e plasticata, ma dovrebbero essere calibrati psicologicamente sui bisogni profondi e concreti delle popolazioni destinatarie: bisogni di libertà non solo politica ma anche femminile, giovanile, amorosa, musicale, educativa e religiosa, che i governi islamici spesso reprimono.
Certo l’opposizione dei regimi tirannici a questi programmi sarà forte, ma si tratta di programmi che possono (soprattutto quelli radiofonici) raggiungere direttamente le popolazioni senza nessun bisogno del consenso dei governi locali. Inoltre, anche l’opposizione di quei regimi potrà essere attenuata condizionando la concessione degli aiuti economici e tecnologici alla concessione di frequenze radio-TV. L’influenza di queste campagne mediatiche permanenti sarà molto più rapido e radicale di quanto i nostri cosiddetti esperti (quelli che ci hanno regalato i pantani bellici afgano e irakeno o l’apertura dei cieli europei ad Al Jazeera ed alle altre TV del fanatismo islamico) non pensino e dicano: basterà ricordare che una piccola emittente della CNN in lingua persiana è stata alla base delle grandi rivolte studentesche di Teheran.
L’altra grande arma offerta dalla psicologia politica alla lotta antiterroristica è di natura preventiva. E’ oggi possibile varare e realizzare in breve tempo una serie di filtri psicologici che consentiranno d’individuare non solo i terroristi operativi ma anche i potenziali candidati al terrorismo. Questi filtri avrebbero il duplice vantaggio, se applicati a tutta l’immigrazione e a tutta la popolazione residente, di non poter essere respinti come strumenti di discriminazione etnico-culturale e di ridurre il terrorismo alla sua realtà psicopatologica, dopo le troppe e troppo stupide nobilitazioni politiche e religiose proposte o imposte nei suoi confronti dagli esponenti del masochismo “pacifista” e “democratico”.